Ecco l'intervista a Felipe Melo realizzata per il numero 2019 di Calcio2000, anno 2016. Tutto da... rileggere!

Quando accade di intervistare un calciatore a casa propria, bisogna sempre tener presente che, alla fine, si sta entrando in un focolaio altrui. E’ necessario comportarsi bene, da perfetti ospiti. Arriviamo nell’appartamento di Felipe Melo nel bel mezzo dei preparativi per il compleanno di uno dei quattro figli. Basta una rapida occhiata per capire che, in casa Felipe Melo, si respira un forte profumo di famiglia. Sulle credenze, abbondano libri religiosi, a conferma dell’importanza, trainante, della fede in Cristo. Ci viene offerto anche il caffè, ci viene detto di “fare come se fossimo a casa nostra”. Inusuale. E dire che, per tanti, Felipe Melo è un cattivo, un duro, uno che gioca per far male all’avversario. Niente di più falso. Nell’appartamento, oltre a diversi parenti, non mancano gli animali. Ci sono un pitbull (Kyra), un labrador (Luna) e pure un pappagallo (Besaleo)… “E’ un po’ nervoso, non gli piace stare vicino ai maschi”, ci ammonisce lo stesso Felipe Melo. Dopo essersi sincerato che i preparativi per la festa di compleanno della figlia proseguono senza intoppi, si accascia sul divano, pronto a raccontarci la sua vita, il frutto del disegno del Signore e della sua voglia di arrivare…

Allora Felipe, apriamo il libro dei ricordi… Da bambino subito calcio ma anche ju jitsu…
“Mi sono appassionato da subito al calcio ma anche alle arti marziali. Mi affascinavano e mi piacciono tante anche adesso. Mio padre, a sua volta, praticava ju jitsu e poi è toccato a me. Quando fanno in TV qualche match di UFC, cerco di non perdermeli. Resto sveglio anche fino a tarda notte per seguire i match più interessanti, se la giornata dopo non devo giocare”.

Quando hai capito che il calcio sarebbe stato il tuo mestiere?
“Io ho sempre avuto un obiettivo ben chiaro: volevo migliorare la mia vita. Ho capito in fretta che il calcio poteva aiutarmi a diventare una persona migliore. L’aiuto di Dio è stato fondamentale. Senza di Lui, non avrei fatto nulla”.

Sei molto legato alla tua famiglia. Penso che il loro apporto sia stato importante, o sbaglio?
“Assolutamente. Mio padre, mia madre, i miei nonni, tutti mi hanno aiutato a raggiungere il mio sogno. Hanno fatto tanti sacrifici per me e io non posso che ringraziarli. Penso anche ai miei nonni che mi hanno ospitato quando ho iniziato a giocare a certi livelli. Mio nonno è venuto a mancare da poco ma mia nonna è qui con me, a Milano, e tengo molto a lei, così come a tutta la mia famiglia. Loro, tutti insieme e grazie a Dio, hanno lavorato per farmi avere i soldi necessari per allenarmi, giorno dopo giorno”.

Parliamo un po’ dei tuoi idoli da piccolo…
“Sicuramente Dunga, per la sua grinta e per il suo modo di essere leader, è stato un mio idolo. Poi dico anche Veron, Simeone e Romario. Quest’ultimo è un mio amico, ci conosciamo bene”.

Per certi versi, assomigli molto a Dunga…
“Per me è un complimento, Dunga è stato un grandissimo. Ci ha portato anche un Mondiale, da capitano e leader in campo”.

Secondo un racconto, da giovane ti sei cimentato anche nel ruolo di attaccante. Tutto vero?
“Sì, ad un’edizione della Copa Zico, torneo giovanile molto quotato in Brasile, ho giocato da attaccante, facendo tantissimi gol. Ricordo che non vincemmo il torneo ma io fui il capocannoniere. Ho ancora quel trofeo di capocannoniere del torneo”.

Poi, però, ala fine sei diventato un centrocampista. Chi ti ha spostato a metà campo?
“A dire il vero, mi è sempre piaciuto giocare a centrocampo. Poi, sai, con tutti i fuoriclasse in attacco che nascono in Brasile, ho pensato che, da centrocampista, avrei avuto più possibilità di arrivare in Nazionale (ride, ndr). Comunque mi sono divertito anche a giocare da attaccante. Ricordo che fu Carlinhos, allenatore noto in Brasile, a farmi giocare da centravanti. Lo stesso tecnico che ha messo Adriano là davanti…”.

A poco più di 20 anni, arriva l’approdo nella Liga, al Mallorca… Come mai hai scelto proprio la Spagna?
“No, non ho scelto io la Spagna, solo loro che hanno scelto me… Non avevo, allora, tante opzioni. Avevo trattato con Porto e Benfica ma non avevamo trovato un accordo e, all’ultimo giorno di mercato, è arrivata la possibilità di andare al Mallorca di Hector Cuper e l’ho presa al volo”.

Che ricordi hai del periodo spagnolo. Hai giocato per Mallorca, Racing e Almeria…
“Al Mallorca ho giocato poco ma sono sceso in campo spesso nelle ultime, decisive, partite del campionato. Al Racing ho giocato da esterno sinistro o destro e non è stato facile. Poi sono finito all’Almeria dove sono esploso. Devo dire grazie all’allenatore di quella squadra, Unai Emery. Per me un tecnico davvero incredibile che mi ha aiutato tanto nella mia crescita professionale. Una stagione indimenticabile, bellissima”.

Poi, nell’estate del 2008, arriva la chiamata della Fiorentina…
“Che bell’anno. E’ stato il mio primo, vero grande club. Ho dei ricordi bellissimi della città, della squadra e della società. Dopo i primi mesi, ero già amatissimo. Uscivo di casa e dovevo firmare 70/100 autografi. Incredibile, giocando subito la Champions League. La Fiorentina ha un posto speciale nel mio cuore, anche se so che, trasferendomi alla Juventus, ho scontentato tante persone”.

Appunto, la Juve… Forse il fatto di essere etichettato come mister 25 milioni ti ha condizionato negativamente?
“No, assolutamente no. Ci sono dei giocatori che, anche se giocano male, sono sempre stimati dal pubblico e ce ne sono altre che, anche se giocano bene, non piacciono alla gente. Basta che qualcuno inizia a dire che sei scarso e, alla fine, per la gente lo diventi davvero scarso. Quando sono arrivato a Torino, dicevano che io e Sissoko, la coppia centrale di quella Juventus, eravamo il duo più forte d’Italia. A fine anno, non avendo vinto nulla come squadra, eravamo diventati scarsi… Eppure io, in quella Juventus, ho sempre giocato da titolare. Comunque io ho un ricordo solo positivo di quell’esperienza alla Juve. Sono cresciuto moltissimo come uomo, ho imparato tanto lì, in una società seria”.

Chiusa l’esperienza a Torino, vai ad Istambul, al Galatasaray…
“Sono sincero, non è stato facile. C’era il Manchester City che mi voleva e avevo già un pre accordo con il PSG, dove c’era Leonardo. Ma, sono onesto, il Galatasaray è arrivato con un’offerta importante a livello economico. Ci ho pensato, c’era Taffarel, ho chiesto a diverse persone e alla fine ho scelto di andare in Turchia”.

Una scelta azzeccata…
“Guarda, bellissimo. Ho trovato una tifoseria spettacolare. Ho vinto da subito, diventando importante per la squadra. Sono stati degli anni bellissimi e ricchi di soddisfazioni, sia in campo che fuori”.

Al Galatasary hai fatto anche il portiere…
“(ride, ndr). Sì, sì. Giocavamo contro l’Elazigspor. Vincevamo 1-0 ma, a pochi minuti dalla fine, fischiano un rigore contro di noi. Muslera, il nostro portiere, è k.o. Non ci penso, vado e prendo i guanti. Grazie a dio quel tiro l’ho parato. Una vittoria che, alla fine, è risultata decisiva per vincere il campionato, davanti al Fenerbahce”.

Protagonista in Turchia ma, alla fine, sei tornato in Italia. Hai voluto tantissimo l’Inter e hai avuto ragione tu…
“Ho sempre voluto l’Inter e sono contento che il mio desiderio si sia realizzato. Devo dire grazie anche a Mancini che mi ha voluto a tutti i costi”.

Sei tornato più maturo, eppure c’è ancora chi dice che sei troppo cattivo…
“Se ne sono dette tante di falsità su di me. Ad esempio non mi è piaciuto quello che mi hanno messo in bocca riferito al Pipita (”Higuain me lo mangio io”, ndr). Non l’ho mai detto. Io ho tanto rispetto di Higuain e mai farei qualcosa per far male appositamente ad un avversario. Come quando hanno detto di Balotelli che lo avrei menato. Io sono amico di Balotelli… Io non sono cattivo, sono determinato a fare di tutto per la mia squadra che è una cosa diversa”.

Felipe, ti piace quest’Inter?
“Sì, tanto. Tutti insieme, vogliamo vincere a tutti i costi. Ho giocato in tante squadre e non sempre ho trovato questa mentalità che c’è all’Inter. Sono stato in squadre in cui, anche se perdevi, l’accettavi. Qui all’Inter, invece, conta solo la vittoria”.

Hai vinto tanto, mi dici un trofeo al quale sei più legato?
“Vincere lo scudetto in Turchia sul campo del Fenerbahce (stagione 2011/12, ndr) è stata una gioia immensa che non dimenticherò mai. Certo, anche portare a casa la Confederation Cup con la maglia del Brasile mi ha dato tanta felicità. Ora speriamo di vincere qualcosa con l’Inter”.

E che dici, ce la può fare l’Inter quest’anno?
“Siamo lì. Quando sono arrivato in Italia la prima volta, non c’era questo equilibrio in vetta. Ora ci sono tante squadre che lottano per vincere, è più bello così”.

I due avversari più forti che hai mai affrontato e due compagni di squadra indimenticabili…
“Messi e Cristiano Ronaldo, vado sul facile. Davvero fortissimi. Come compagni di squadra dico Miranda, che è un numero uno, e Amauri, altro attaccante pazzesco”.

Un amico vero nel mondo del calcio…
“Amauri, non ho dubbi”.

Parlando di te. Oltre al calcio, che cosa ti piace fare?
“Allora, prima cosa: io sono malato di calcio. Stavo giocando a Football Manager prima che arrivassi tu e ieri sera mi sono visto tutte le partite in diretta della Premier League. Diciamo che mi piacciono tante cose. Poi, sai, ho quattro figli, quindi mi devo impegnare tanto”.

E’ vero che ti piace pesca subacquea?
“Sì, ma senza le bombole. Se no è troppo facile. Con l’ossigeno, stai lì e aspetti che passi il pesce… Invece, senza bombole, devi impegnarti e a me piacciono le sfide difficili”.

Mi dici un film in cui ti sarebbe piaciuto essere protagonista?
“Mamma mia, bella domanda… Ce ne sono tanti di film che mi sono piaciuti. (Dopo lungo conciliabolo con amici e parenti). Quello in cui Bruce Willis deve recuperare una dottoressa… Lagrimas de Sol (L’Ultima Alba nella versione italiana). Bel film, tanta adrenalina”.

Da grande, resterai sempre nel calcio?
“Sì, mi vedo sicuramente nel calcio. Non so se come direttore sportivo o allenatore o altro. Non penso proprio che uscirò da questo mondo, come ho detto, sono malato di calcio, non potrei mai farne a meno”.

E meno male… Uno come Felipe Melo, che piaccia o meno il suo stile sul terreno verde, è un valore aggiunto per il mondo del calcio. Il tempo di qualche foto e di qualche palleggio, ed è tempo dei saluti. Prima facciamo la conoscenza con uno dei suoi cani. E’ un pitbull e si chiama Kyra. Ha lo stesso sguardo di Felipe Melo… “Qualche giorno fa ha azzannato un cane della sua stessa razza”, ci racconta Felipe Melo, mentre lo accarezza con dolcezza ed autorità. Meglio farsi da parte, non sia mai che Kyra abbia voglia di riconfermare di essere un capo branco. E’ bastata una mezz’ora per rendersi conto perché Felipe Melo è tanto stimato da tutti gli allenatori e dai compagni di squadra che ha avuto e ha tutt’ora. E’ uno vero, con una voglia di vincere che pochi altri hanno… Cattivo? No, determinato e sempre pronto a ringraziare Dio, la sua vera ancora…
 

Sezione: Archivio / Data: Lun 16 marzo 2026 alle 13:31
Autore: Fabrizio Ponciroli
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